domenica 8 aprile 2012
domenica 1 aprile 2012
giovedì 22 marzo 2012
Cecco Angiolieri
Cecco Angiolieri nasce a Siena attorno al 1260, da una ricca famiglia di banchieri; si hanno poche notizie sulla sua vita, che comunque fu piuttosto movimentata e violenta.
Sua madre fu monna Lisa de' Salimbeni, appartenente dunque a una delle più nobili, cospicue e potenti famiglie del Comune; suo padre Angioliero, a sua volta figlio di quell'Angioliero detto Solàfica (cioè Serafica) che fu per alcuni anni banchiere di Gregorio IX, era fra le personalità più in vista della vita politica ed economica di Siena. Entrambi entrarono nell'ordine dei Cavalieri di Santa Maria (indicati poi col satirico nome di Frati Gaudenti), del quale potevano far parte anche i coniugati.
In un ambiente così fatto Cecco crebbe e si formò secondo i modi d'allora e volto a impossessarsi della cultura vigente (in particolar modo le arti del trivio e del quadrivio), come rivela e documenta la sua produzione poetica. Milita come alleato dei Fiorentini contro Arezzo nel 1288, e qui probabilmente conosce Dante, che sfida a una tenzone di sonetti. Nel 1281 era fra i senesi che militavano contro i ghibellini asserragliati nel castello di Turri di Maremma, e fu più di una volta multato per essersi allontanato dal campo senza la dovuta licenza. Lo troviamo ancora colpita da multe in città l'anno successivo (1282), ed esattamente l'11 luglio, per essere stato trovato ancora in giro di notte dopo il terzo suono della campana del Comune. Altra multa gli fu comminata nel 1291 in circostanze analoghe.
Sono questi gli anni ai quali risale pressoché per intero la sua produzione poetica, almeno quella che ci è pervenuta. Dovrebbe esser questo anche il periodo in cui un oscuro rimatore, un certo Simone, si volge a lui come a maestro (son. 112) e in cui fiorisce l'amicizia (che poi doveva dimostrarsi assurda) con Dante Alighieri. Non è improbabile che i due si fossero conosciuti anche di persona in occasione della guerra contro Arezzo, anzi documento probante ne potrebbe essere il son. 109 (Lassar vo' lo trovare di Becchina), inviato da Cecco a Dante fra il 1289 e il 1294, nel quale si parla d'un vanesio e vile " mariscalco " certamente noto a entrambi e di entrambi oggetto di riso (Amerigo di Narbona, anch'egli fra i combattenti della guerra d'Arezzo). Anteriore al 1293-1294 sarà anche da tenere il secondo episodio di questa amicizia (son. 110), riguardante certe troppo sottili e compiaciute accuse di incoerenza rivolte da Cecco al sonetto dantesco Oltre la spera prima che questo fosse incluso nell'ordito della Vita Nuova (al cap. XLI); mentre il terzo episodio, che denuncia inequivocabilmente la violenta frattura fra i due e che è documentato dal son. 111 (Dante Alighier, s'i' so' bon begolardo) nella sua tessitura prorompente di sarcastiche contumelie, va fissato al 1303-1304, come risulta dal v. 8: "S'eo so' fatto romano, e tu lombardo ". Si allude certo qui al primo esilio di Dante a Verona presso Bartolomeo della Scala ("e tu lombardo"); ma se ne ricava analoga notizia per Cecco, che doveva essere esule a Roma (o s'eo so' fatto romano), dov'egli secondo una notizia di Celso Cittadini, per altro poco attendibile, sarebbe dimorato in casa del cardinale senese Riccardo Petroni. Purtroppo non ci sono giunti i tre sonetti che Dante verosimilmente avrà scritti in tenzone con quelli ora ricordati dell'Angiolieri. Anche un'altra volta Cecco fu lontano da Siena, e probabilmente per ragioni politiche, dacché egli, per indicare il desiderio di ritornarvi, usa la parola " ribandito ", termine tecnico per significare il richiamo in città di chi ne era stato bandito: ",s'i' veggia '1 dì sia 'n Siena ribandito" (son. 32, 2); ma nulla di più se ne sa. Intanto nel 1302 l'Angiolieri vendeva a un tal Neri Perini del popolo di Sant'Andrea una sua vigna per settecento lire; ed è questo l'ultimo documento d'archivio nel quale Cecco è nominato ancor vivo, perché nel successivo documento che lo riguarda e che è del 25 febbraio del 1313, egli compare come già morto. In esso i numerosi figli di lui, che dunque si era sposato e aveva messo su famiglia, Meo, Deo, Angioliero, Arbolina e Sinione (un'altra figlia, Tessa, era già emancipata), rifiutano l'eredità paterna perché eccessivamente gravata di debiti. Se ne deduce che l'Agiolieri doveva esser morto poco innanzi.
Uomo frivolo e spensierato, disordinato e dissipatore, ebbe come ideale di vita tre cose solamente, la donna, la taverna e il dado (sono parole dello stesso Angiolieri); tuttavia ci ha lasciato un ricco canzoniere, dal quale risalta moltissimo anche il suo romanticismo di vita nell'amore per una Becchina, figlia di un cuoiaio. Nelle sue rime frequente è il motivo dell'odio verso i suoi genitori, velato da un profondo senso di malinconia. Cecco è sicuramente il più noto, e forse anche il più efficace, felice e fortunato rappresentante fra il Due e Trecento di quel genere di poesia, alla quale, con accezione rigorosamente scientifica, dovrebbe essere attribuita la denominazione di giocosa, o più comprensivamente di comico-giocosa, conforme alla mentalità retorica dell'ultimo Medioevo e all'insegnamento delle Poetrie. Una poesia cioè d'argomento e di linguaggio realisticamente quotidiano e dialettale (" comico ") in toni scherzosi e burleschi (" giocoso "; di sernio iocosus, di materia iocosa discettavano i trattati di retorica). Siffatta poesia, pur nei suoi modi e aspetti municipalistici. non è soltanto comunale e toscana, ma, configurata tecnicamente com'essa era e cristallizzata scolasticamente, ricopre tutto il territorio delle letterature romanze, dal francese Rustebeuf allo spagnolo Bernardo Ruiz, dai Carmina buralla a tanti aspetti dei Fabliaux, delle Fratasies, delle Cantigas d'escarnho et de maldizer, ecc. fìno a certe punte addirittura della poesia provenzale. Essa rappresenta il fastidio e la sazietà dei modi aulici assai poveri del senso e del gusto della realtà; si richiama alla vivace varietà della vita in contrapposizione.
Più che autentica poesia, la critica moderna scorge nell'Angiolieri arte, genialità, brio, sbrigliata caricatura.
I sonetti
A Dante Alleghier, s'i' so' buon begolardo.
Dante Alleghier, s'i' so' buon begolardo,
tu me ne tien' ben la lancia a le reni;
s'io desno con altrui, e tu vi ceni;
s'io mordo 'l grasso, e tu vi sughi el lardo;
s'io cimo 'l pannó, e tu vi freghi el cardo;
s'io so' discorso, e tu poco t'afreni;
s'io gentileggio, e tu misèr t'aveni;
s'io so' fatto romano, e tu lombardo.
Sì che, laudato Idio, rimproverare
poco può l'uno a l'altro di noi due:
sventura o poco senno ce'l fa fare.
E se di tal materia vo' dir piùe,
Dante, risponde, ch'i' t'avrò a stancare,
ch'i' son lo pugnerone, e tu se' 'l bue.
SE SI POTESSE MORIR DI DOLORE
S'e' si potesse morir di dolore,
molti son vivi che sserebber morti;
i' son l'un desso, sed e' no me 'n porti
'n anim' e carn' il Lucifer maggiore:
avegna ch'i' ne vo co la peggiore,
ché ne lo 'nferno non son così forti
le pene e li tormenti e li sconforti
com' un de' miei, qualunqu' è lo minore.
Ond' io esser non nato ben vorria,
od esser cosa che nnon si sentisse,
poi ch'i' non trovo 'n me modo né via:
se non è 'n tanto che sse si compisse
per aventura omai la profezia,
che ll'uom vuol dir, ch'Anticristo venisse.
LA MIA MALINCONIA E'TANTA E TALE
La mia malinconia è tanta e tale,
ch'i' non discredo che, s'egli 'l sapesse
un che mi fosse nemico mortale,
che di me di pieta non piangesse.
Quella, per cu' m'aven, poco ne cale:
ché mmi potrebbe, sed ella volesse,
guarir 'n un punto di tutto 'l mie male,
sed ella pur " I' t'odio " mi dicesse.
Ma quest' è la risposta c'ho da llei:
ched ella no mmi vòl né mal né bene,
e ched i' vad' a ffar li fatti mei,
ch'ella non cura s'i' ho gioi' e pene,
men ch'una paglia che lle va tra' piei.
Mal grado n'abbi' Amor, ch'a lle' mi diène.
mercoledì 21 marzo 2012
Costantino pane e vino
Costantino il grande (considerato uno dei piu' famosi esempi dalla madre chiesa Cristiana cattolica )fu un uomo senza troppi scrupoli ivi compresa la madre di lui che pur di accaparrasi il potere non esitarono ad usare sistemi coercitivi nei confronti degli avversari politici consiglio di leggere in questo sito che troverete in seguito tutta o almeno una parte della verita'su San Costantino e sua madre idolatrata come donna piissima.Leggete e capiretemartedì 20 marzo 2012
Alonso Cano
Si formò come scultore e architetto nella bottega del padre, Miguel Cano, costruttore di grandi pale d'altare, e in quella di Juan Martínez Montañés; dal 1616 lavorò nella bottega di Francisco Pacheco a Siviglia, dove apprese l'arte della pittura e fu coallievo di Diego Velázquez.
Lasciò Siviglia nel 1638 e, segnalato da Velázquez, venne chiamato alla corte di Madrid, dove fu attivo nella decorazione pittorica delle fabbriche reali.
La sua maniera pittorica risentì fortemente, oltre che del classicismo del maestro Pacheco, anche dell'opera dei veneti Tiziano Vecellio e Paolo Veronese, di cui vide i lavori nella capitale spagnola, che ebbe anche modo di restaurare dopo l'incendio del 1640. In una sua seconda fase pittorica, spinto dal gusto naturalistico del Velázquez affrontò temi sacri impreziositi da elementi terreni. La sua produzione tarda rivelò un ritorno al primitivo plasticismo.[1]
Accusato, nel 1644, di aver ucciso la propria moglie, si rifugiò a Valencia e si fece frate.[1] Dopo aver ottenuto la protezione di Filippo IV, rientrò a Madrid e assunse l'incarico di sopraintendente della cattedrale di Granada.
Progettò l'arco di trionfo per celebrare l'ingresso a Madrid di Maria Anna d'Austria, moglie di Filippo IV, e dal 1650 fu architetto della cattedrale di Toledo.
Come architetto introdusse in Spagna lo stile esuberante di derivazione portoghese denominato churrigueresco e diversamente da molti suoi contemporanei, non seguì ciecamente i dettami del Barocco, ma rispettò, in molti casi, gli schemi rinascimentali italiani.
Più originale fu la sua attività di scultore, soprattutto di opere lignee policrome destinate alla devozione. Venne influenzato inizialmente dall'italianeggiante Juan Martinez Montañés ed in un secondo tempo dal Bernini
Nel 1652, grazie a Filippo IV, ottenne la nomina a canonico della cattedrale di Granada, la sua città natale, dove trascorse gli ultimi anni della sua vita: morì tra il 3 e il 5 ottobre del 1667.

I Castelli di Asperosa
rievocando alcune leggende di impavidi cavalieri dame bellissime e streghe nonche' maghi .
Un tempo furono dimore di nobili non sempre all'altezza dell' aggettivo , spesso furono usati come luoghi di dolore e sopruso , piu volte distrutti e ricostruiti dagli indomabili maestri della pietra a cui dedico il mio filmato che pur non essendo cavalieri o nobili furono dei veri geni delle costruzioni.
lunedì 19 marzo 2012
domenica 18 marzo 2012
sabato 17 marzo 2012
giovedì 15 marzo 2012
mercoledì 14 marzo 2012
chi siamo?
A guardar bene cio che ci circonda mi diviene piu chiaro il concetto di irripetibilita' della realta presente.
Tutto cio che noi chiamiamo abitutdine e consueto in realta' e in continuo mutamento probabilmente pensiamo di avere sotto controllo la realta di cui ne siamo parte partecipe forse inconsapevolmente.Allora mi chedo : chi siamo veramente?Se i nostri pensieri sono rivolti sempre ad un altrove che forse non esiste nemmeno tranne che nella nostra mente? Tutta la nostra vita e un continuo comunicare a frammenti con la nostra mente, tutto in virtu' di insegnamenti spesso dogmatici ed inadeguati alla vera realta che e' trasformazione.Quindi?Spesso viviamo in conflitto la nostra stessa vita perche' siamo alieni a noi stessi.
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